martedì 17 giugno 2014

PASSARE DALL'AUTONOMIA ALL'AUTODETERMINAZIONE

La sfida è aperta.
Sono trascorsi 15 anni dal quel 24 febbraio 1999 quando il Consiglio Regionale approvò con 44 voti favorevoli, 2 contrari e 13 astenuti  la Dichiarazione Solenne della Sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna. Le cose nel mondo da allora sono cambiate e moltissimo sul piano geopolitico, sociale, culturale, economico. Una questione fondamentale per i Sardi e la Sardegna è rimasta uguale a se stessa:- dalla Bolla di Bonifacio VII del 5 aprile del 1297  sino ai Trattati stipulati a Londra e Vienna nel 1718 lungo tutto il percorso attraverso il quale la Sardegna attraverso cessioni e scambi di popoli e territori fra sovrani europei pervenne ai Savoia.Unico popolo che non sia stato chiamato a decidere, a differenza delle popolazioni degli altri Stati italiani che votarono in plebisciti l'adesione al Regno d'Italia, per arrivare sino al mutamento istituzionale del 1946 che pur rendendo sovrano il popolo al posto del monarca ha determinato la fase ultra sessantennale dell'Autonomia Speciale che non è riuscita a garantire una completa e adeguata rappresentanza degli interessi dei sardi in sede nazionale ed internazionale, una responsabilità alla quale hanno concorso in modo non secondario le classi dirigenti sarde, cioè quella  del pieno esercizio  della Potestas Suprema originaria  che sta in capo al Popolo Sardo.
Questo breve richiamo,in un tempo nel quale tutto deve essere veloce e si procede in ordine sparso, per conservare la memoria della conoscenza come scrisse Tacito. «Insieme con la voce avremmo perso il ricordo stesso, se il dimenticare fosse in nostro potere tanto quanto il tacere», questo,può significare affrontare la sfida attuale avendo chiaro da dove veniamo, quanto cammino abbiamo percorso e dove vogliamo andare.
Questa legislatura si è aperta sotto il segno di due fattori essenziali che paiono non collimare: La maggioranza che ha vinto non rappresenta più del 18% degli elettori e nel complesso l'intero Consiglio è espressione non della maggioranza degli aventi diritto da un lato, dall'altro il Governo nazionale ha sferrato l'attacco più micidiale sul piano del solo Regionalismo come mai è avvenuto nella storia della Repubblica con il disegno di Riforma del Titolo V° della Costituzione. 
Ecco perche appare del tutto inadeguata l'azione e l'impostazione di questa Giunta, come per altro delle Giunte che hanno operato nell'arco temporale che ci separa dalla Dichiarazione di Sovranità. Certo non tutti i governi regionali sono stati uguali nella tutela degli interessi nazionali del popolo sardo, tuttavia il punto è che la Sardegna si trova nell'ambito della questione meridionale e di questa nel più generale stato di grave crisi economica del paese nella condizione di maggior sofferenza e svantaggio strutturale dei diritti fondamentali dei quali dovrebbe godere ogni popolo libero, a cominciare da quello del lavoro, per passare a quello dell'istruzione sino al diritto alla salute, solo per richiamare quelli in capo alla Costituzione.

C'è una ragione politica profonda alla base del giudizio di inadeguatezza, che ovviamente non riguarda le capacità e financo la buona fede di Presidente, Assessori e Consiglio, essa sta nel fatto che non acquisendo convinzione politica e culturale soggettiva nei temi afferenti il confronto con lo Stato anche, ma non solo, rispetto a pronunciamenti formali del Parlamento sardo ai quali uniformare i propri comportamenti politici e negoziali in assenza di mutati orientamenti dell'assemblea, che non ci sono anzi in questa legislatura esistono già depositati agli atti documenti che richiamano, confermano e ampliano i giudizi a fronte delle mutati atteggiamenti e disegni neo centralisti del governo, pur in presenza di tutto questo ancoraggio si innesta un confronto con il governo per singole filiere verticali: Titolo V°,Entrate,Servitù Militari,Sanità Qatar,Metano ecc. Qui sta la debolezza strutturale, accettare cioè il terreno di confronto senza un disegno unitario che richiamandosi  al Principio  ONU del diritto di Autodeterminazione, ratificato in sede europea dalla Conferenza di Helsinki e praticandolo coerentemente, ponga nel complesso la questione dei poteri, dei doveri, delle responsabilità e dei benefici che lo stare come popolo sardo dentro lo stato italiano comporta e come questi sono conciliabili e coniugabili con la Potestas Suprema originaria che sta in capo al popolo sardo e la difesa dei suoi interessi esclusivi.
Se si assumesse questo punto di vista questa convinzione di esercizio sovrano e responsabile di autogoverno, moltissime delle questioni che tengono in vita le caste dei partiti e quelle degli interessi corporativi e clientelari verrebbero meno, perchè l'interlocutore da cui trarre fonte e legittimazione, sostegno e critica sarebbe solo ed esclusivamente il proprio popolo, che avrebbe l'obbligo in tutte le sue manifestazioni soggettive collettive, associate, imprenditoriali, culturali di fare i conti quotidianamente con la propria vita, quelle dei propri figli e con la sfida di assicurare sempre il diritto al suo futuro e quello delle fertilità della propria terra.
Passare dall' Autonomia all'Autodeterminazione risulta essere non mero esercizio teorico, ma una pratica critica e di autogoverno responsabile che affonda le proprie radice in un'aspirazione antichissima e legittima del popolo sardo ed alla quale sarebbe criminale non dar corso con coraggio, pazienza, tenacia, lungimiranza, fermezza e grandissima dignità morale e intellettuale.
Saprà il Presidente Pigliaru che sa far di conto e leggere e scrivere correttamente, cogliere l'essenza di una battaglia che riguarda 1.600.000 sardi dei quali 800.000 si sono chiamati fuori anche in occasione delle ultime elezioni europee?
Vedremo, in ogni caso la sfida è aperta!


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