lunedì 24 marzo 2014

TUTTI CONTRO LA BUROCRAZIA ma però a BURRUBO’……


Perché  la sfida di Renzi  sul nodo riforme, non appare all’altezza. Se non si ricostruisce un quadro storico e politico critico del come e del perche, si fa solo maquillage populista e non si smantellano i meccanismi veri che creano e determinano l’inefficienza, alti costi e mancato sviluppo.

Con Tangentopoli, che segnò la fine dei partiti di massa, fu fatta una duplice operazione, da un lato quella di creare artificialmente una Repubblica tendenzialmente bipolare a guida sostanzialmente presidenziale, dall’altro trasferire a carico di pantalone i costi del mantenimento della politica dei vecchi  partiti di massa, spazzati via da mani pulite ai fini traslare all’interno delle istituzioni, dal Parlamento alle Regioni, dalle Province ai Comuni i costi prima sostenuti dai partiti. I pilastri della strategia alla base  della nascita della Seconda Repubblica sono stati nell’ordine:  la Riforma Bassanini, la istituzione di Autorità indipendenti e la modifica del Titolo V della Costituzione, dietro questa strategia  non c’è solo il potere dei partiti, ma un complesso di benefici  che il sistema elargisce per tutti e a quasi tutto.
Serve una riflessione profonda  sui costi della P.A e urge tracciare un bilancio complessivo critico e severo di quanto si decise di fare a partire dai primi anni 90. La separazione netta tra compiti di direzione politica e direzione amministrativa unita alla scelta di  privatizzazione del pubblico impiego, è stata declinata di fatto in occorre evitare che i politici finiscano ancora in galera per aver firmato atti amministrativi, questo lungi da sborbonizzare la P.A italiana, è servito ai vertici della  politica per nominare dirigenti pubblici loro fiduciari con il  risultato di burocrati inamovibili nominati a vita e con stipendi di cui le cronache ci dicono in questi giorni. Con questa strategia ogni nuovo Ministro, Presidente di Regione o sindaco ha nominato i suoi dirigenti, scegliendoli anche nel settore privato o tra i fedelissimi di partito. A ciascun dirigente, con questa riforma, sono stati dati poteri mai visti prima: poteri di firma, poteri di spesa e poteri sul personale. Ciascun dirigente ha in mano tutte le leve: i controlli preventivi, quelli esterni CORECO,COCICO sugli atti vennero di molto ridotti, preferendo quelli successivi sui risultati: una gigantesca presa per il culo visto che gli organi interni di vigilanza sono nominati dallo stesso vertice politico. In sostanza l’agire corretto imparziale efficiente efficace  della P.A da sistemico garantito e controllato è stato soggettivizzato per cui dove le cose funzionano non è uno standard a garanzia del cittadino come recita l’art.98 delle Costituzione ma è il frutto della sensibilità e dell’etica dei singoli che concorrono al buon funzionamento, cosa significhi siffatto metodo e sotto gli occhi di tutti.
E’ cosi che l’osmosi tra partiti e istituzioni è diventata sistemica, mentre gli apparati e le sedi di partito deperivano a vista d’occhio, i costi delle istituzioni rappresentative si sono ingigantiti a tutti i livelli, con la lievitazione dei rimborsi, delle indennità dei contributi ai gruppi parlamentari e consiliari. I “costi della politica” non sono altro che la traslazione all’interno delle istituzioni, dal Parlamento alle Regioni, dalle Province ai Comuni dei costi prima sostenuti dai partiti; il proliferare di aziende, enti e finanziarie partecipate a livello locale è il frutto della necessità di moltiplicare le sedi di insediamento politico, una sorta di socialismo doroteo  trasversale, a spese dei cittadini. Come sempre accade agli apprendisti stregoni, alla riduzione dei poteri ministeriali, ha fatto da contraltare la crescita dei poteri delle autorità indipendenti, due esempi per tutti, le telecomunicazioni e l’energia, il trapasso è stato completo: commissari decisi con lottizzazione politica in Parlamento, si sono spartiti il ruolo dei ministri e dei sottosegretari di una volta. Di converso, i Ministri non firmano altro che atti politici mentre i sottosegretari non solo non hanno più nessun potere amministrativo, ma servono solo a presidiare il dibattito parlamentare, la voce grossa di Moretti non va inquadrata sulla questione dei soldi quanto perché rivela il nodo vero.

Con l’approvazione nel 2001, del Titolo V° della Costituzione si è formalizzata la soggettività di Comuni, Province, Città metropolitane, ampliando le competenze delle Regioni a discapito di quelle dello Stato, garantendo autonomia finanziaria, tributi propri e demanio, rendendo impossibile a qualsiasi governo nazionale di decidere davvero (Berlusconi docet). Il bipolarismo è servito ad estendere il presidio dei partiti nelle istituzioni, nella pubblica amministrazione, nelle Autorità indipendenti. La frammentazione delle competenze tra i diversi livelli dell’ordinamento ha garantito finalmente a tutte le forze politiche potere, posti e spese a gogò a volontà (dalle mutande verdi, alla benzina, passando per orologi ecc), il tutto allora ammantato del buonismo bipartisan a caratura federalista e suggellato sul piano della legittimazione elettorale dal porcellum.
Le riforme proposte da Renzi, lungi da smantellare sul serio questo sistema e questa impostazione legislativa, porta ad una ricentralizzazione tout-court in capo allo Stato di poteri e prerogative, che non attacca i nodi veri ma anzi rischia di aprire un conflitto tra centro e periferia reso ancora più aspro,  dalla crisi economica e dall’insostenibile modus operandi dell’UE sempre più in mano alla tecnocrazia finanziaria ormai priva di controllo e indirizzo politico espressione diretta della volontà dei cittadini europei. La semplificazione renziana delle complessità e per di più priva di una analisi strutturale sui nodi veri non renderà le cose più semplici ma contribuirà ad aumentare le complicazioni  per i cittadini con il rischio serio di un collasso del sistema in termini di partecipazione democratica dei cittadini sono già due i campanelli d’allarme sulla disaffezione al voto nell’ordine le elezioni regionali siciliane e le ultime di terra nostra che se analizzate in combinato disposto alla perdita di 9 milioni di voti dei due maggiori partiti italiani alle politiche del 2013, sono sufficienti a delineare un quadro preoccupante sull’immediato futuro.


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