giovedì 30 gennaio 2014

LA CULTURA DECIDE IL FUTURO

Una grande Utopia. La Cultura decide il futuro.

L’industria culturale sarda è una delle più importanti risorse della regione, il nostro più prestigioso biglietto da visita nel mondo e una straordinaria fucina di innovazione, creatività, lavoro e ricchezza.
Eppure la cronica disorganizzazione delle istituzioni sul tema continua ad alimentare rappresentazioni del tutto inadeguate di questo settore, ora come luogo di scontri politici ora come strumento di consenso o come fonte fastidiosa di richieste di assistenza economica.
Al contrario, è urgente che i sardi  ritrovino tutto l’orgoglio della propria cultura e che la discussione pubblica ne riconosca il valore di grande risorsa strategica per il presente e per il futuro della nostra Regione e del ns. paese.
Perché è proprio in  Italia e la Sardegna, deve diventarlo, che la storia e l’industria della cultura offrono un’articolazione di talenti, idee e produzioni che non ha eguali in nessun altro paese.
Sardegna Sostenibile e Sovrana fedele alla propria vocazione di luogo di riflessione pubblica, promuove  una iniziativa aperta al pubblico nella quale dar voce ai diversi settori dell’industria culturale, dal patrimonio storico-artistico al cinema, , dall’architettura alla valorizzazione del territorio, dall’editoria all’arte ed agli interlocutori che si candidano a governare la regione nei prossimi anni
Con uno “spirito assembleare” chiamiamo a raccolta  esponenti  prestigiosi del nostro mondo culturale insieme ai protagonisti dell’associazionismo locale, in un confronto libero e creativo tra tutti coloro che ogni giorno concorrono a rinnovare la cultura e che ne hanno a cuore il prestigio in Sardegna, in  Italia e nel mondo.
L’iniziativa  che  teniamo nel Paese Museo dove le Pietre suonano e i muri raccontano storie  “ La Cultura, decide il Futuro” si apre con un confronto che pone l’interrogativo: ma la Cultura è considerata una infrastruttura primaria? I dati e le politiche finanziarie  nazionali e regionali ci dicono NO.
Da qui partiamo…………Richiamo per memoria rapidamente lo stato dell’arte grazie al rapporto Rapporto Federcultura 2013.
Il rapporto traccia un quadro allarmato e allarmante su uno degli asset strategici per una nazione come quella italiana. In Sardegna il quadro, come più volte denunciato dagli operatori culturali e altrettanto drammatico sia sul fronte generale della produzione culturale,  sul sistema dell'istruzione e della dispersione scolastica,  sulla promozione linguistico-identitaria, per non parlare delle strutture teatrali e museali che pur in presenza di significative figure artistiche, nel campo della musica colta e di quella identitaria, dell'arte pittorica, della scultura si pensi solo alla straordinaria unicità delle pietre sonore del Maestro Sciola o dell'unicum dei nostri beni culturali e ambientali e paesaggistici, in un mondo civile sarebbero considerate infrastrutture strategiche, qui da noi per la politica e le istituzioni non sono considerate tali, tutt'al più elemento straordinario e residuale nel quale con precarietà e a seconda delle disponibilità finali di risorse, cose da assistere con la vecchia politica del contributo. La Sardegna Nuova dovrà porre tra la priorità delle sue politiche per lo sviluppo la Cultura perchè la Cultura decide il futuro.
Federculture, attraverso il proprio Rapporto Annuale 2013, traccia un’analisi ampia e dettagliata delle dinamiche in atto nella quale denuncia la profonda crisi che, in particolare nell’ ultimo anno, ha raggiunto anche il settore culturale, ma prospetta anche le possibili soluzioni e le occasioni da non perdere per tornare a crescere.
Nel 2012 la spesa per cultura e ricreazione delle famiglie italiane segna un -4,4%. E’ il primo calo dopo oltre un decennio di crescita costante: tra il 2002 e il 2011 l’incremento era stato del 25,4%.
Anche i dati sulla fruizione culturale sono negativi in tutti i settori con una netta inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni: -8,2% il teatro, -7,3% il cinema, concerti -8,7%, musei e mostre -5,7%. In generale diminuisce dell’11,8% la partecipazione culturale dei cittadini italiani.
  • Gli investimenti e le risorse
Dal 2008 ad oggi il settore culturale ha perso circa 1,3 miliardi di euro di risorse per effetto della crisi della finanza pubblica, statale e locale, e della contrazione degli investimenti privati.
Il budget annuale del Ministero per i Beni e le Attività culturali, da diverso tempo sceso sotto i 2 miliardi di euro, negli ultimi dieci anni ha perso il 27% del suo valore (su confronto tra previsionale).Lo stanziamento per la cultura oggi rappresenta solo lo 0,2%, del bilancio totale dello Stato, nel 2002 era ancora lo 0,35%. Per il 2012 lo stanziamento previsionale MIBAC è pari a 1.687 milioni di euro e si ridurrà ancora dell'8,3% per il 2013 attestandosi sulla cifra di 1.547 milioni di euro.
Anche l'intervento dello Stato per il settore dello spettacolo, segue da tempo la stessa parabola discendente. Il Fondo Unico per lo Spettacolo dai 507 milioni di euro del 2003 è stato ridotto ai 389,8 milioni di euro del 2013, diminuendo in un decennio del 23,1%.
Negli ultimi anni si è poi aggravata la crisi dei bilanci delle amministrazioni locali, a lungo promotrici di politiche culturali attive e innovative. In pochi anni le risorse per la cultura provenienti dagli enti locali sono diminuite di oltre 400 milioni di euro.
Dal confronto internazionale sulla spesa pubblica per la cultura emerge che l’Italia a livello statale impegna per il settore circa 1/3 della Francia che in un anno destina al Ministero della Cultura circa 4 miliardi di euro.
In termini assoluti il nostro budget statale per la cultura, 1,5 milioni di euro, è praticamente pari a quello della Danimarca, 1,4 milioni
L'Italia è al 26° posto tra i Paesi dell'Unione Europea rispetto alla spesa pubblica per istruzione e formazione con un'incidenza percentuale del 4,2% sul PIL, contro una media europea del 5,3%.
La strategia Europa 2020 prevede il 40% di laureati tra i 30 e i 40 anni: la media UE è vicina al 35% mentre in Italia siamo solo al 20%.
Il numero degli immatricolati degli atenei italiani è in costante diminuzione: in dieci anni gli iscritti alle università sono diminuiti del 15%, negli ultimi venti anni addirittura del 25%.
Uno dei nodi cruciali intorno a cui si gioca la sfida per lo sviluppo e la competitività internazionale è quello dell'educazione e della formazione delle nuove generazioni. Il sistema scolastico e universitario italiano appare sempre meno in grado di reggere il confronto con gli altri paesi e meno attrattivo per studenti e ricercatori.
Seppure in progressivo calo il tasso di dispersione scolastica in Italia è ancora al 18,2%, tra i più alti d'Europa, peggio di noi solo Spagna, Portogallo e Malta. Il dato sardo come sapete è tristemente da primato.
Ho richiamato sinteticamente questi dati per avere chiaro tutti di cosa stiamo parlando perché solo  partendo dalla conoscenza profonda dello stato dell’arte possiamo attrezzarci per aumentare il tasso di sovranità dei sardi nelle loro prerogative di autodeterminazione e autogoverno responsabile.
La condizione strutturale in Sardegna è stata più volte anche in questi ultimi giorni portata all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni dalle diverse rappresentanze che nel compartono operano e che anche oggi sono certo verranno enucleate.
Noi oggi vogliamo cercare di  capire perché succede questo e quali sono i fattori decisivi che determinano questa condizione.
L'rt. 9 recita cosi:  La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Con l’art. 9  della Costituzione la Repubblica  si assumeva l’impegno di “promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”; e di “tutelare il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della Nazione”.
Credo sia utile richiamare in questa sede brevemente la partogenesi  di quell’articolo perché come vedremo sulla Cultura si giocarono ed ancora oggi il tema è attuale, questioni complesse di visione in ordine alla titolarità dei poteri sovrani, tra concezione e ruolo dello Stato e quello delle Regioni, lo faccio con piacere perché fu un nobile pensatore sardo Emilio Lussu che consenti a Togliatti  nel dibattito in tema di Beni culturali nei lavori dell’Assemblea costituente nella I Sottocommissione nella seduta del 18 ottobre 1946, di sostituire alla parola Stato la parola Repubblica per lasciare “impregiudicata la questione dell’autonomia regionale” .  Insomma per farla breve lo scontro tra statalisti e federalisti regionalisti  nelle diverse poi coniugazioni,  trae in materia di cultura, e non solo in questa, origini antiche. Allora tra il ministro Orlando ed il grande Mortati perché portatori il primo di una visione ottocentesca dello Stato che non trae legittimazione dal sovrano cioè il popolo e il secondo che invece considerava il sovrano cioè il popolo fonte unica, originaria dal quale promana tutta l’articolazione Statuale. Quando grillo dice al parlamento e al governo siete nostri dipendenti, sono sicuro che non pensa con la profondità dei Costituenti però manda un messaggio chiaro è semplice semplificandolo e parlando alla pancia del popolo.
Quello che conta sapere sul piano culturale e politico e  noi di Sardegna Sostenibile e Sovrana lo sappiamo, come abbiamo scritto nella nostra Carta dei valori  siamo di quello stesso avviso, in termine di poteri sovrani al principio sotteso alla battaglia Mortati/ Lussu/ Laconi  e cioè : Il Popolo Sardo è titolare unico della sovranità e, quindi, matrice e organo originario costituzionale e in quanto tale propulsore della vita politica della Sardegna. L’esercizio della sovranità ha ripercussioni in ogni settore giuridico, privato e pubblico. Le strutture politiche ed amministrative sono delle articolazioni poste al servizio del popolo, da questo legittimate, mediante le quali il popolo stesso esercita – con un sistema di rappresentanza parlamentare e democratico - la propria sovranità.
Quando parliamo di sovranità e di poteri sovrani e quando la decliniamo concretamente, in questo caso in tema di Cultura questa sera, collochiamo la proposta politica dentro un quadro filosofico e giuridico chiaro e definito secondo il solco progressivo che i padri costituenti hanno tracciato e che mi sia consentito di questi tempi molto alla leggera si tenta di scardinare dai tanti azzeccagarbugli di turno che come utili idioti alfieri del nuovismo semplicistico fanno il gioco di tutti coloro che idioti non sono e che si battono, legittimamente per una concezione della sovranità opposta figlia del pensiero conservatore e liberista che si annida potente ancora oggi e che vede la supremazia degli organi statuali del cd potere costituito su quello originario e sovrano del popolo.Nei prossimi giorni sentiremo parlare della Riforma del titolo V° della Costituzione oggetto del patto Renzusconi, in quell'accordo c'è una clausoletta chiamata clausola di sovranità, in pratica il governo sarebbe autorizzato, vista la complessità a gestire le cd materie a legislazione concorrente tra stato e regioni. a riprendersi in via ordinaria materie decisive quali, grandi infrastrutture,energia x esempio ma non solo, con quella clausola lo stato si riserva legibus solutus di avocare a se qualunque cosa venga legiferata dalle Regioni e che esso non ritiene di loro competenza.
A parte che neanche il Papa opera più in regime di legibus solutus, la cosa dovrebbe preoccupare regionalisti, autonomisti, i sovranisti sono da tempo in campo. 
Tornando alla cultura, quindi il tema non è solo una questione di soldi e di leggi, certo che le norme e i finanziamenti contano, il punto è: ma la Sardegna, il popolo sardo ha il diritto di autodeterminare una propria politica della Cultura?, in sostanza affermare che La Cultura è una infrastruttura primaria e che la Cultura decide il futuro è una utopia o invece non iniziamo a capire che forse ed in primis è una questione di poteri?
Lo Statuto sardo quello vigente e le sue norme di attuazione tracciano un quadro di competenze proprie limitate e che non hanno respiro e poteri strategici, figlie della stagione dell’autonomia e del regionalismo,  un complesso di competenze  Derivate, cioè cedute dalla Stato alle Regioni, comprese quelle speciali, che ci riservano competenza primaria su musei, biblioteche e spettacolo, ma non sulla politica Culturale cosi come delineata nell’art.9 della Carta. Non mi dilungo qui nell’analisi delle connessioni e degli esistenti con il sistema educativo, la ricerca tecnica e scientifica, l’esercizio delle arti e del pensiero, benche nella Costituzione siano presenti formalmente con appositi articoli tra loro interconnessi.
Ecco perché la Cultura oggi in Sardegna non ha una sua politica organica, una sua certezza di risorse e non aggancia l’Europa come dovrebbe e come potrebbe e si tiene i vari comparti appesi alla mancia dell’assessore di turno.  
Poter esercitare e avere una politica per la Cultura nella quale il pubblico possa attivare una presenza significativa e qualificata del settore privato, non solo utile ma necessario si  richiede visione e poteri non derivati ma propri. Perché questo consente di fare una politica culturale a 360°  che sia in grado di dare risposte complesse e orizzontali anche a temi che possono apparire distanti: penso allo spopolamento dei territori, alla dispersione scolastica, al sistema educativo, alla promozione biunivoca della Sardegna nel mondo e dell’interesse del mondo alla più bella scultura del mediterraneo come ama definire la nostra isola, il maestro Sciola.
Nasce da queste considerazioni, politiche, giuridiche, l’idea di chiamare coloro che si cimentano nelle elezioni del prossimo 17 febbraio siano essi candidati consiglieri che candidati alla presidenza della Regione a esprimersi su questa scelta di fondo legata alla rivendicazione di potere e competenza primaria, di predisposizione di un piano quadro per la Cultura regionale nell’accezione ampia che abbiamo cercato di delineare cosi come immaginata dai costituenti, di una legislazione ordinaria che consenta certezza di risorse a carattere pluriennale e con articolazioni settoriali specifiche che rispondano in maniera differenziata  e secondo la loro specifica natura alle molteplici esigenze, una legislazione che in linea con la filosofia del decreto Bray estenda e caratterizzi la collaborazione pubblico privato anche ma non solo con l’uso della premialità fiscale, che alle realtà comunali e territoriali e alle tantissime associazioni che in esse operano sia riconosciuto uno status di agenti culturali che presidiano al pari di allevatori e pastori il territorio e che concorrono con professionalità a delineare quel tessuto a rete volontaria di bene sociale collettivo per il benessere delle comunità e dei cittadini, una legislazione che punti a creare ricchezza e valore aggiunto per le imprese culturali e di spettacolo  e significative ricadute occupative promuovendo le eccellenze e qualificando il comparto.
Ma quanto costa tutto questo mi sarei chiesto se questa domanda l’avessi fatta a me quando stavo da quella parte del tavolo? E dove prendo le risorse ? e se anche faccio questa scelta che rilevanza economica ha  e come quadra il bilancio? Alla seconda domanda risponderanno le comunicazioni tematiche che abbiamo previsto che porteranno esempi concreti che dimostrano che con la cultura si mangia contrariamente a quanto sostenne infelicemente Tremonti.
Intanto alla domanda dove prendo le risorse in prima battuta risponderei  cosi : quanto spendiamo oggi nel sistema cultura frammentato e disomogeneo che abbiamo avendo a cura di sommare tutte le mille e più voci di spesa intese non come oggi si spende  ma con  l’accezione ampia che abbiamo tentato di delineare con questa relazione alla Cultura, scopriremo che si spende e spesso male, quindi una quadro programmatorio e unitario consente di razionalizzare e capire come si alimenta la spesa corrente e come essa è clientelare e dispersiva; secondo, quanto sono disposti i privati e tra questi ci sono tutte le imprese e non solo quelle culturali, comprese quelle bancarie, ad investire con  moderni sistemi compartecipativi di carattere finanziario, cosi come avviene per altri comparti strategici, penso all’agricoltura, all’energia, ai trasporti solo per citarne alcuni; terzo  e del Regolamento UE N. 1295 dell’11 dicembre 2013 che istituisce il Programma Europa Creativa cosi ben chiarito nel senso e nella durata per obiettivi e scopi dagli artt. 1 e 2 e che guarda a caso delinea proprio una strategia che oggi stiamo indicando e che prevede una capacità di spesa nel periodo 2014-2020 pari a 1.462.724.000 Euro.
Una moderna e riformatrice forza di governo si porrebbe in questa ottica e con questo spirito di lavoro e di servizio di lunga lena, per costruire oggi il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti perché cosi facendo faremo un servizio concreto ai sardi di oggi e a quelli di domani perchè tutto quello che siamo lo dobbiamo alla nostra terra, e a quanti prima di noi hanno sputato sangue per essere nel bene e nel quello che siamo un popolo, che ha un identità, una cultura, una lingua, una delimitazione geografica definita e siamo nel cuore del mediterraneo crocevia di cultura e civiltà dal quale il mondo tutto il mondo ha tratto insegnamento.

Spero con questo contributo aperto di aver  convinto questa sala e i qualificati ospiti e non solo, che la Cultura è una grande Utopia molto concreta e che è la Cultura cosi come noi la decliniamo, che decide il futuro. 

P. Marotto
Presidente Sardegna Sostenibile e Sovrana
San Sperate 30 gennaio 2014

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