venerdì 26 luglio 2013

TRIS D'AGRICOLTURA 3

Terzo è ultimo tassello del trittico Agricolo che disegna lo scenario d'indirizzo sulle politiche legate allo sviluppo rurale a seguito delle scelte europee di politica agricola comune e nel quale si tracciano direttrici per la strategia agricola regionale evidenziando limiti e storture di una politica agricola sarda che come Lui dice stà: "- bevendo tutta l’acqua dello stagno!Colgo l'occasione per ringraziare il Dr. Alfonso Orefice per la cortese e qualificata collaborazione e per gli importanti contributi forniti attraverso il Tris di riflessioni sui temi dell'Agricoltura che credo siano di utilità per i tanti player che si affacciano nella scena politica regionale.

Lo sviluppo rurale

L’anno 1992 è stato un anno cruciale nell’ambito dell’evoluzione della Politica agricola comune (Pac) non solo per l’approvazione del Piano Mac Sharry, che aveva l’obiettivo di porre rimedio alle notevoli eccedenze di produzione  di quasi tutti i prodotti agricoli e di creare le condizioni per la firma dell’accordo internazionale sul commercio dei prodotti agricoli che sarebbe stato sottoscritto a Marrakesch  nel 1994, ma anche perché assegnava alla Pac altri quattro obiettivi di cui uno è particolarmente significativo ai fini della presente nota. Mi riferisco all’obiettivo:” Evitare lo spopolamento delle campagne”. Per la prima volta ed in modo esplicito viene posto a carico della Politica agricola comune un obiettivo che travalica l’agricoltura in senso stretto  intesa come politica settoriale per sconfinare  in ambiti più complessi ed articolati che attengono allo sviluppo equilibrato di un territorio mediante l’integrazione delle diverse politiche settoriali. La Commissione europea, ad onor del vero, già nell’anno 1988 aveva elaborato una Comunicazione  dal titolo: “ Il futuro del mondo rurale” con la quale affrontava le complesse questioni attinenti lo sviluppo delle zone rurali. La stessa Commissione europea aveva riorganizzato la propria struttura  ampliando le competenze della Direzione Generale dell’Agricoltura per trasformarla in Direzione Generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale. La politica dello sviluppo rurale entra a pieno titolo fra le competenze della suddetta Direzione Generale eliminando così gli equivoci con altre Direzioni Generali. Nel novembre dell’anno 1996, infine,  con la Dichiarazione di Cork viene sancito, in modo definitivo, che lo sviluppo rurale sostenibile entra nell’agenda europea come obiettivo prioritario di tutta la politica rurale. Per mantenere un ambiente rurale vivibile, combattere lo spopolamento, promuovere nuove forme di occupazione e migliorare la qualità della vita delle popolazioni  rurali si ipotizzava una strategia di sviluppo integrato che nascesse dal basso e cioè direttamente dagli attori locali ed una visione multifunzionale dell’agricoltura. Questi passaggi teorici sono stati accompagnati da esperienze  pilota che la Commissione europea ha gestito  direttamente  a far data dagli ultimi anni ’80. In quegli anni in Sardegna vengono selezionate due aree, una in provincia di Nuoro e l’altra in provincia di Oristano, nelle quali sperimentare le modalità di esecuzione di programmi caratterizzati dal “ Collegamento fra azioni di sviluppo dell’economia rurale” ( in francese  “ Liaison Entre Actions  de Developpement De l’Economie Rurale” ed in forma di acronimo  “ LEADER” )
L’approccio LEADER ai problemi di sviluppo delle aree rurali ha attraversato diverse fasi. La Regione Autonoma della Sardegna, nella fase attuale che costituisce il quarto ciclo di programmazione delle risorse, ha destinato, all’interno del Programma di Sviluppo Rurale, circa 170 milioni di euro al finanziamento di 13 Piani di Sviluppo Locale (PSL).E’ nelle fasi di avvio il quinto ciclo di programmazione dei fondi comunitari. Sono trascorsi più di vent’anni dai primi programmi LEADER e in questo lungo lasso di tempo l’ approccio comunitario ai problemi dello sviluppo rurale non ha subito modifiche sostanziali. In Sardegna  sono stati diligentemente selezionati, durante i vari cicli di programmazione, magari da partizioni organizzative diverse dell’Amministrazione regionale, i Gruppi di Azione Locale (GAL) ed approvati i corrispondenti PSL dunque non è inopportuno fare qualche  riflessione sul passato per immaginare il futuro.
Per fare ciò credo che vada data una risposta ad alcune  domande. L’assunto secondo il quale in molte aree rurali  l’agricoltura pur avendo un ruolo importante non ha la forza di trainare lo sviluppo  e quindi di evitare fenomeni di abbandono e di spopolamento è valido anche per la Sardegna?
La risposta, mi pare, non possa che essere  affermativa. Le riflessione fatte a livello di Commissione europea e le conseguenti  politiche si adattano in modo magistrale alla Sardegna anzi sembrano fatte per la Sardegna. Ma la Sardegna, che pur essendo fortemente caratterizzata dal problema delle aree interne non ha avuto capacità di elaborazione autonoma, ha fatto sue in modo esplicito le elaborazioni nate nel contesto europeo per trasformarle in proprie coerenti linee di politica economica? La risposta è senza indugio negativa! Basti dire che ad ogni avvio di un ciclo di programmazione si pone il problema di quale sia l’Assessorato che deve gestire la partita LEADER. L’Assessorato dell’Agricoltura e della Riforma agro-pastorale o l’Assessorato del Bilancio con il Centro di Programmazione? L’ originaria  Direzione Generale dell’Agricoltura della Commissione europea è stata, come già detto, agli inizi degli anni ’90 trasformata in Direzione Generale dell‘Agricoltura e dello Sviluppo Rurale per dare applicazione alla politica di sviluppo rurale nata in quegli anni. In Sardegna la denominazione dell’Assessorato dell’Agricoltura contempla ancora la Riforma agro- pastorale databile negli anni ’70. Questo non significa che non si dia corso a quanto previsto dalla regolamentazione comunitaria in materia di sviluppo rurale. Ma anche quando è fatto in maniera encomiabile non ha la fisionomia di politica di sviluppo organica, coerente ed integrata con la politica di sviluppo della Sardegna ma ha la fisionomia di adempimento burocratico. Ci sono i programmi LEADER da una parte e poi ci sono i tanti interventi che la Regione mette in campo dall’altra senza nessun collegamento, senza alcun effetto sinergico. Facciamo il compito, e a volte lo facciamo bene, perché ce lo chiede la Commissione europea quale condizione per avere le risorse finanziarie  ma noi siamo in tutt’altre faccende affaccendati. Ci piace di più definire, ad intuito, le aree svantaggiate   e con lo stesso intuito scegliere i Comuni, se politicamente amici  va meglio, e sempre ad intuito destinare delle risorse finanziarie che chi ha i cordoni della borsa occulta  ( i cosiddetti “tesoretti”) per tirarle fuori al momento opportuno. E fingendo di fare sviluppo integrato, sviluppo dal basso, sviluppo locale, piani integrati   e firmando protocolli fasulli  utili  solo per conferenze stampa  stiamo perpetuando oligarchie politiche , sperperando risorse e sottraendo il futuro ad un’intera generazione. All’incapacità di elaborazione di autonome linee di politiche di sviluppo, che quand’anche ci vengono offerte con le relative risorse le attuiamo nella logica dell’adempimento burocratico e non introiettandole per farle nostre  in modo esplicito e coerente, corrisponde una spiccata vocazione  alla demagogia di corto respiro. Stiamo facendo come mai farebbero le rane; stiamo bevendo tutta l’acqua dello stagno! (Alfonso Orefice) 

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