martedì 23 luglio 2013

SOVRANITA' & COSTI DELLA P.A

Costituzione della Repubblica Italiana approvata dall' Assemblea
Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal Capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947 .Gazzetta Ufficiale 27 dicembre 1947, n.298. 
Parte 2 - Ordinamento della Repubblica Titolo 3 - Il Governo Sezione 2 -


La Pubblica amministrazione
I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione (art.98).

Stella e compagno ieri sul Corriere, Maninchedda l’altro giorno, SardiniaPost oggi, affrontano il nodo del costo della P.A. La desaparecida ex ministra Fornero al tempo del governo Monti e poi Grillo  e tanti altri prima e molti ancora dopo punteranno il dito sulla P.A in quanto tema caldo ch e in periodo di vacche magre risulta abbastanza di moda e appetibile per i populismi di destra e di sinistra.
Il refrain è costa troppo questa burocrazia, è inefficiente, ergo l’unica soluzione è il licenziamento ma, questo è impossibile per la classe politica. Il  solo risultato che lo sparare nel mucchio produce  e che non si uccide nessuno anzi si fanno vittime inutili. Ovviamente questo andazzo lascia intatti i nodi di fondo che frenano l’evolversi di una moderna, efficace ed efficiente P.A quale fattore determinante di sviluppo e di servizio ai cittadini.

Dopo il ministro Bassanini, fase che ho avuto modo di studiare prima dopo e di applicare direttamente sul  campo, più che sollevare temi ed indicare soluzioni tutti;- ministri, giornalisti, imprese, partiti, candidandi e chi più ne ha più ne metta, dopo un ragionamento  di superficie spesso scambiandosi le parti in commedia, hanno posto questo quesito dirimente per il futuro dell'Italia e quello dei Sardi qui da noi: I dipendenti pubblici devono poter essere licenziati come quelli privati? È giusto estendere al settore pubblico le nuove regole sul lavoro privato? Nell’impiego pubblico ci sono ingiusti privilegi, ai quali rimediare con la piena equiparazione al lavoro privato? Nella sostanza a questo alludono tutti, pur non avendo il coraggio di dirlo apertamente.
Non è così semplice, ci sono differenze strutturali e ineliminabili, che consiglierebbero prudenza e competenza nel governo, nei partiti, nella stampa nazionale e in quella sarda che a fasi alterne e a più riprese, brandiscono rozzamente il randello.

Con pacata fermezza può essere utile, allora, segnalare alcune peculiarità dei dipendenti pubblici, che sono ovvie, ma sembrano sfuggire a molti, candidati alla Presidenza della Regione compresi, sovranisti e non.
La nuova disciplina del lavoro privato ha, tra i suoi scopi, quello di favorire l’occupazione: l’impossibilità di licenziare induce i datori di lavoro a non assumere, la flessibilità può indurli ad assumere. Questo problema non esiste nel settore pubblico: non si è mai visto un ministro, sindaco, dirigente amministrativo o presidente di ente pubblico che non volesse fare nuove assunzioni. Se le amministrazioni pubbliche ricorrono ai contratti a tempo determinato e al lavoro precario, non è perché non vogliono assumere, ma perché non possono farlo, per via dei blocchi delle assunzioni disposti ormai permanentemente dalle leggi finanziarie, l’abuso ovviamente può è deve essere sanzionato sul piano giuscontabile e prima ancora su quello politico elettorale.
Per ragioni analoghe, la tutela contro i licenziamenti illegittimi non può funzionare nello stesso modo nel settore privato e in quello pubblico. Per un imprenditore l’indennizzo al dipendente ingiustamente licenziato è un buon deterrente, perché i soldi sono suoi; per il politico che licenzia un funzionario sgradito non lo è, perché i soldi sono nostri. È per questo, per esempio, che la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità di una legge della Regione Lazio che prevedeva un indennizzo, a carico della Regione, per i dirigenti vittime di un illegittimo sistema di spoyl  sistem: troppo comodo, fare un danno e poi risarcire con i soldi pubblici.
Secondo l'Ocse, in Italia i dipendenti pubblici sono meno del 15% della forza lavoro. Un po’ meno che negli Usa, dove le funzioni amministrative sono molto meno ampie (si pensi alla Sanità). Nel Regno Unito sono circa il 17%, in Francia il 22%, in Svezia il 26%. Non c’è, quindi, un problema di dimensione. C’è, semmai, un problema di distribuzione: le scuole riducono gli orari di lezione, ma gli assessorati rimangono affollati; le aziende sanitarie riducono le ambulanze, ma reclutano personale amministrativo. Non c’è bisogno di licenziamenti, ma di mobilità e di efficienza nella spesa.

Naturalmente, ci sono eccedenze di personale in singole amministrazioni. Ma c’è anche una disciplina legislativa che consente di farvi fronte, attraverso la mobilità (anche non volontaria), il collocamento in disponibilità e l’eventuale estinzione del rapporto di lavoro (art. 33 ss., d.lgs. n. 165 del 2001: è la disciplina richiamata dal tanto criticato accordo tra il Ministro della funzione pubblica e i sindacati).
I dipendenti pubblici hanno – o dovrebbero avere – vinto un concorso, per il quale hanno studiato e nel quale hanno investito. Questo non significa che hanno guadagnato una garanzia di occupazione per la vita, ma vuol dire che meritano di lavorare più di chi è stato assunto senza merito e senza fatica. Indubbiamente, anche molti datori di lavoro hanno meccanismi di selezione rigorosi e selettivi, ma nel pubblico impiego la serietà della selezione è un principio costituzionale. Quando questo non avviene e non avviene, i dati sardi lo certificano, il problema non è della P.A o dei DD.PP. è di chi viola Costituzione e leggi cioè la politica rappresentata nelle Istituzioni sia in funzioni di Governo che in funzioni di indirizzo e controllo, sindacati compresi. Tanto per fare un esempio vogliamo parlare di Forestali, Agenzie, Consulenze, Società in domu, si potrebbero tracciare graficamente le carriere politiche di casa nostra, con nomi e cognomi a destra come a sinistra , a partire dal 1981, da quando cioè in Sardegna è caduta la conventio ad excludendum.

I dipendenti pubblici hanno pregi e difetti, vantaggi e svantaggi rispetto ai dipendenti privati. In alcuni periodi le loro retribuzioni corrono più di quelle private, in altri – come quello attuale – si fermano e, in qualche caso, diminuiscono. Hanno anche qualche dovere in più, che deriva dalla Costituzione, e qualche forma di responsabilità in più (qualcuna alquanto remota, come quella penale, qualcun’altra molto concreta, come quella di fronte alla Corte dei conti). 
Ci sono anche i licenziamenti disciplinari, per i quali qualcuno reclama maggiore severità. Ma la severità è già stata introdotta dalla riforma del 2009, che ha imposto con legge varie ipotesi di licenziamento disciplinare, con previsioni che si sostituiscono e si impongono a quelle dei contratti collettivi. È, di conseguenza, una disciplina ben più severa di quella del lavoro privato.
Per i datori di lavoro privati è relativamente facile individuare e premiare i dipendenti migliori. Per le pubbliche amministrazioni, soggette a condizionamenti sostanziali e oneri procedurali, è molto più difficile. La legislazione recente ha introdotto nuovi meccanismi di valutazione dei rendimenti, per premiare i dipendenti più efficienti e sanzionare quelli meno efficienti.
C’è, infine, la differenza più importante, che ha a che fare con un principio costituzionale spesso ignorato da chi non conosce la pubblica amministrazione, sempre più apprezzato da chi ci vive: l’imparzialità. I dipendenti pubblici non hanno un solo datore di lavoro, ne hanno due: non ci sono solo i vertici delle amministrazioni, ma anche i cittadini. E il licenziamento può diventare un modo per far prevalere gli interessi di parte e per punire i dipendenti imparziali. Nessuna legge ha mai vietato di licenziare i dipendenti pubblici. Spesso il problema è quello inverso: tutelarli dalle pressioni indebite.

Come si vede, ci sono complessità  e  ragioni che consigliano prudenza e approfondimento prima di sbilanciarsi sull’equiparazione tra pubblico e privato in nome dei conti e dei costi. Trattare in modo semplicistico o peggio uguale situazioni diverse non è un’applicazione dello sport nazionale del momento, ma una violazione del principio di eguaglianza.

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