giovedì 11 luglio 2013

CAOS CALMO 2

la precisazione dell'on.le Piras di SEL e l'intervento del Presidente Rossomori Muledda, in ordine alla questione area sovranista-M.Murgia, interventi delle ultime 24 ore, spostano in avanti il terreno di confronto e in qualche modo sembrano delineare la trama di una narrazione sul futuro che, se ben congegnata e non  strumentale, può far fare rapidamente passi in avanti all'asfittico confronto del tavolo del csx. Ovviamente consentendo al suo insieme di maturare come comune e condivisa l'apertura ultima di SEL e Rossomori.
Al fine di favorire questa trama, per il percorso fatto con un gruppo di amiche. amici e compagni e che è contenuto in un documento valoriale;- per illustrare il quale abbiamo chiesto un incontro ufficiale al tavolo del csx, sul tema sovranità, provo a dettagliare in scala 1:1 quello che nel  ns documento è portato a sintesi.


Il concetto di sovranità, com’è noto, è un concetto complesso, di non facile definizione, tanto che un’analisi dei principali testi in materia consente di classificare differenti concetti di sovranità (interna ed esterna, popolare e statale, assoluta e relativa, diretta e indiretta, “giuridica” e “politica”, formale e materiale, “sociologica” e via dicendo) e bisogna avere tempo e titoli accademici della materia specifica, per poter discettarne in modo dotto. Possiedo poco del primo e nella fattispecie zero dei secondi, ma come diceva mio nonno non tengu deppidusu, appu allevau famiglia, seu nonno e appu sattau laccana sempre chenza de strobbai su bixinu. Bengada a mei su regnu cosa tua non mesti mai praxiu cummenta a dicciu.
A pitticcheddu m’anti sempri nau ca chi cumanda a manu missa è mellusu chi ‘ddu fezzada issa e in calincuna manera sciu liggi e scriri. Bene dopo questo piccolo mantra, tornando alla sovranità dico il precipitato al quale si perviene dal mio punto di vista, se si affronta la questione avendo il maturato del proprio vissuto politico e culturale svolto dentro la seconda fase trentennale dell’Autonomia sarda avendo verificato per questioni e tempi differenti, potenzialità e limiti in rapporto a scelte concrete di governo, istituzionali e di negoziazione politica e sindacale, tra i poteri dei sardi e quelli dello Stato centrale.
In linea di massima, il termine rinvia a due accezioni principali: la prima definisce la sovranità come il potere supremo, quello che ha il diritto, e la possibilità, di far prevalere, in ultima istanza, la sua autorità; la seconda designa il detentore ultimo della legittimità del potere, rinviando quindi al fondamento dell’autorità che viene esercitata. Quando si parla di sovranità “della nazione”, seguendo la tendenza inaugurata dalla Rivoluzione francese si pensa alla sovranità nel primo significato; quando si parla di sovranità “popolare”, si pensa al secondo significato, perché si ritiene che il popolo sia il “legittimo” detentore della sovranità, ma in realtà si pone anche una questione generale, perché si tratta, in questo caso, di interrogarsi sul potere e sulla sua legittimità indipendentemente da chi è poi il “titolare” del potere stesso; da questo punto di vista, la questione non è priva di referenti sociologici e antropologici e in effetti bisognerebbe, qui, appoggiarsi soprattutto sulle analisi di Max Weber e qui mi fermo.
A livello internazionale, la sovranità significa che nulla può essere imposto dall’esterno ad uno Stato senza il suo consenso. In questa ottica, le stesse norme del diritto internazionale si fondano sul principio di uguaglianza degli Stati, definiti per ciò come sovrani. Questa sovranità, tuttavia, è di tipo relazionale, perché la sovranità di uno Stato non dipende soltanto dalla sua volontà di essere sovrano, ma anche dal grado di sovranità che esso può non soltanto affermare, ma fattualmente conservare dinanzi alla sovranità degli altri Stati. Da questo punto di vista, la limitazione della sovranità di uno Stato discende logicamente dall’esistenza di fatto di più Stati “sovrani”. Sarebbe però un grave errore credere che la sovranità – che certo pare essere concetto tipicamente moderno, nonostante alcuni riferimenti reperibili in testi medievali – sia limitata al quadro di uno Stato-nazione di tipo classico, come si è andato cioè formando nella modernità e che oggi, a torto o a ragione, sembra a molti essere in una crisi irreversibile, vedi crisi Europa e abnorme crescita del potere finanziario a fronte della perdita del potere e del ruolo  politico degli Stati nazione.
La sottolineatura del nesso sovranità-statualità-nazionalità è “realista”. La verità è che la sovranità sarà sempre un problema insolubile fino a quando essa verrà legata strettamente ai concetti di Stato e di nazione, il che è giusto da un punto di vista storico, ma problematico da un punto di vista concettuale ed anche politico tout court. Se anche, forse, il termine è moderno, il concetto è antico e non è detto che con questo termine non si possa continuare ad esprimere l’antico significato, l’esserci sempre, in tutte le forme associative, un potere supremo, un’autorità suprema; i Romani non parlavano di “sovranità”, ma di summum imperium, che non è altro che ciò che noi intendiamo, in definitiva, con il termine “moderno” di sovranità. La sovranità è inerente, di fatto, ad ogni tipo di esercizio del comando politico e fino a quando si pensa che vi sarà comando politico, vi sarà sovranità. Essa potrà certo essere nascosta, camuffata, esercitarsi su campi a lei precedentemente estranei, ma non per questo cesserà di esistere e ciò anche nello Stato di diritto, cioè in una forma di Stato che si vuole subordinata al diritto e che caratterizza oggi la civiltà occidentale, l’idea che la sovranità senza soggetto – senza Stato – non può concretamente vivere in un ordinamento giuridico non fondato sulla coesistenza pacifica delle varie nazioni (grandi e piccole) ecco perché a mio avviso, si guarda all’orizzonte dell’Europa federale e dei popoli per costituire oggi un modello per la costruzione politica dell’Europa, dopo l’evidente fallimento del modello dell’Unione Europea dei Governi  ed è il punto dove s’innesta la questione sarda.
La sovranità, dunque, non soltanto non sembra un concetto eliminabile dalla vita dei popoli, degli Stati, dalla storia del mondo, ma, per certi aspetti, una sua  rimozione/negazione potrebbe oggi addirittura risultare, deleteria, perché rischierebbe in definitiva di raggiungere il risultato contrario a quello che si vorrebbe raggiungere, perché si finirebbe con l’occultare ideologicamente i rapporti sostanziali che si danno tra i popoli, gli Stati, e così via, che sono ancora (e che forse saranno sempre) rapporti di forza e/o di potenza, anche quando espressi nel linguaggio della tecnica o dell’economia. Io credo che la critica al dogma della sovranità statale, stante alle punte non estremiste del pensiero indipendentista ma anche alle facili equazioni tipo soberania est indipendenzia sia però utile  ai fini di una rivendicazione di una sovranità diversa dalla sovranità quale si è costruita  nel tempo per le contraddizioni che impropriamente ho provato a delineare.
Una nuova  sovranità deve avere anche un fondamento etico e deve essere fondata dai popoli sul principio di sussidiarietà e di federalismo, e deve reggersi  sulla sovranità dell’ordinamento giuridico internazionale, della civites maxima, ecco perché il nuovo Statuto di Sovranità della Sardegna dovrà essere fortemente ancorato al sistema giuridico internazionale (ONU e Carta di Helsinki) e solo attraverso il sostegno della maggior parte dei cittadini  e delle culture politiche e ideali nel campo del csx sarà una vicenda positiva e non elitaria, minimalista e irrilevante. Pensare come  sta facendo in questi giorni il csx sardo, di mettere il cappello di primogenitura terminologica o peggio fare semplificazioni di una materia cosi articolata e complessa può determinare un fallimento storico, di cui  proprio a sinistra non si sente il bisogno. Al contrario aprirsi essere inclusivo anche di posizioni culturali e politiche che concorrano a rendere credibile e condivisa ai più una prospettiva di esercizio  e di esercizio avanzato della sovranità può essere un modo utile e concreto per chiudere la stagione dell’Autonomia speciale e aprire un nuovo fronte avanzato e autorevole nel lungo processo di autodeterminazione del popolo sardo.

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