martedì 23 aprile 2013

LA GIORNATA DEL LIBRO

......Militante.
Brutte bestie i libri, personalmente li ritengo un fatto di militanza, quando posso e mi capita spesso lo acquisto un libro, in cuor mio penso che se mai tornerà un dittatore, che come si sa storicamente cominciano sempre la loro era bruciando i libri, debba impiegare sempre più tempo per sottomettere il popolo e questo tempo è utile per capire e ribellarsi....
Al via la Giornata Mondiale del Libro 2013 Giornata Mondiale del Libro, Unesco, Il Maggio dei Libri, Centro per il libro e la lettura, AIE, Città Invisibili, flash book mob, LIBRA 2.0, Pagine viaggianti libreriamo.it - recensioni libri
Ma i libri sono anche la memoria di ciascuno e di tutti, sono lo strumento per capire, per conoscere e per non dimenticare e per queste ragioni che pubblico un bellissimo resoconto fatto da Micromega in occasione della scomparsa di Antonio Giolitti sui fatti di Ungheria del '56, visto che oggi più o meno tutti glorificano e magnificano Re Giorgio II.

I fatti d’Ungheria e il dissenso degli intellettuali di sinistra. Storia del manifesto dei “101″
Attraverso documenti e interviste ai firmatari, genesi, diffusione e censure del ‘Manifesto dei 101’, con cui molti intellettuali di sinistra – la maggior parte iscritti al Pci, come lo stesso Antonio Giolitti – stigmatizzarono i ritardi nella critica allo stalinismo e l’errata analisi della rivolta ungherese, invitando il partito a porsi dalla parte degli insorti. ‘Un’altra politica era possibile’.

di Emilio Carnevali, da MicroMega 9/2006

Il 29 ottobre del 1956, pochi giorni dopo il primo intervento militare sovietico a Budapest, il dissenso all’interno del Partito comunista italiano si manifestò in maniera clamorosa in un appello di solidarietà agli insorti ungheresi firmato da un centinaio di personalità (1), in gran parte intellettuali romani, fra cui 11 fra professori ordinari, incaricati e liberi docenti di università, dodici assistenti e numerosi studenti iscritti al circolo universitario della capitale. Il «Manifesto dei 101» conteneva una severa condanna della posizione ufficiale del partito sui moti di Ungheria, ma le questioni complessivamente sollevate rimandavano ad un dibattito ancor più ampio divampato nel Partito comunista italiano sin dalla primavera precedente (il XX Congresso del Pcus si era svolto a Mosca dal 14 al 25 febbraio). 
Mario Pirani – che in quel periodo era redattore dell’edizione romana dell’Unità – ricostruisce così (in un’intervista rilasciata ad Adriano Ardovino) il contesto nel quale l’insurrezione di Budapest assunse la funzione di un vero e proprio elemento deflagrante: «Nel partito c’era in quegli anni una discussione, magari velata e che filtrava poco al di fuori, ma molto vivace su una serie di questioni. L’articolazione interna era molto avanzata e vi erano molti nodi, dalle questioni sindacali all’interpretazione del capitalismo italiano, alla politica economica, su cui si fronteggiavano linee molto diverse, talvolta variamente intrecciate fra di loro. Io per esempio, pur essendo allora su posizioni che potremmo definire di “revisionismo di destra”, quando ci fu il defenestramento di Secchia e ci fu l’assemblea della cellula del Comitato centrale, feci un intervento a favore di Secchia dicendo che nella struttura interna di partito lui era molto più democratico di tanti altri. Ricordo – io stavo nella Commissione organizzazione guidata proprio da Secchia – che la discussione era estremamente vivace e libera, anche se naturalmente si ricompattava quando prendeva la forma di una presa di posizione pubblica. L’Ungheria rappresentò – per così dire – il precipitato chimico di tutto questo processo. La definizione della natura della rivolta come una “controrivoluzione delle forze reazionarie” fu il modo usato da Togliatti e dalla direzione del partito per troncare la discussione».
All’Università di Roma la polemica con la direzione del Partito aveva cominciato a manifestarsi già alla fine di marzo, quando il circolo universitario aveva stilato un documento in cui si esprimeva una «vivace critica […] al modo, del tutto inadeguato, in cui la stampa quotidiana del partito, cioè l’Unità, ha informato i compagni sugli importanti avvenimenti di questo [XX] Congresso […] lasciando i compagni completamente disorientati dinnanzi agli attacchi perfidi e disonesti della stampa avversaria» (2). La progressiva crescita dei segnali di disagio e di dissenso costrinse la Federazione romana a convocare un’assemblea a fine giugno per cercare di difendere la linea del partito alla presenza di un centinaio di intellettuali, fra cui molti dei futuri firmatari del «Manifesto» (Spriano, Cafagna, Muscetta, Melograni, Aymonino, Moroni, e altri). Per il Pci parteciparono il deputato Aldo Natoli, il segretario della federazione romana Otello Nannuzzi, il responsabile della commissione culturale centrale Mario Alicata e quello della commissione romana Giovanni Berlinguer. Vi furono interventi molto polemici, ma lo stesso Togliatti dirà pochi giorni dopo di aver letto «i verbali di quella riunione di intellettuali che si è tenuta a Roma» e di non trovarvi nulla «di terribile né di scandaloso», sebbene si senta in quel dibattito «più lo sfogo che la discussione ordinata» (3).

Gli avvenimenti dell’estate – la replica sovietica all’intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti e la repressione della sommossa nella città polacca di Poznan´ – segnarono però una discontinuità rispetto alla politica di confronto che fino a quel momento la direzione del Partito aveva cercato di mantenere con i settori più «dubbiosi» dell’intellettualità comunista. 
Episodio significativo di questa svolta è la durissima polemica che contrappose Togliatti a Fabrizio Onofri, allora membro del Comitato centrale e vicepresidente della commissione (presieduta da Scoccimarro) incaricata di elaborare la dichiarazione programmatica per l’VIII congresso. Il numero di luglio di Rinascita conteneva un lungo intervento (sotto il titolo redazionale di «Un inammissibile attacco alla politica del Partito comunista italiano») in cui Onofri criticava numerosi aspetti della politica del Pci dal 1947 in poi, ricorrendo a termini espliciti quali «degenerazione», «opportunismo», «burocratizzazione». Scriveva Onofri con riferimento agli episodi più recenti della vita del partito: «Soprattutto deve far pensare il fatto che, ancora oggi, dopo il XX Congresso e tutto ciò ch’esso ha “liberato” e sta portando alla luce nel nostro Partito, non vi sia affatto, da parte delle istanze che hanno accentrato tutto il potere politico in questi anni, la dimostrata volontà di cambiar strada».
La replica di Togliatti – contenuta in un articolo intitolato «La realtà dei fatti e la nostra azione rintuzza l’irresponsabile disfattismo» e pubblicato sullo stesso numero della rivista – fu durissima. Il segretario del partito accusò Onofri «di abbandonarsi ad “aberrazioni” ed “escandescenze”, di usare “espressioni generiche”, “formule astratte” e “schemi morti”, di fare della via italiana al socialismo “un incubo mitico, un fiabesco feticcio” tale da ispirargli un “meschino disfattismo” spingendolo a “sconclusionate elucubrazioni”; in una parola, di avere la “polenta” in testa. Pur trascurando “la confutazione delle sciocchezze, delle incongruenze e dei pettegolezzi marginali” contenuti nell’“informe abracadabra” del “compagno Onofri”, il segretario del Pci gli ricorda che “raccogliere l’immondizia dalle mani del nemico è sempre operazione poco pulita”» (4).

Il «caso Onofri» fu al centro di un acceso dibattito all’interno del partito. Il 6 settembre fu convocata un’assemblea all’università di Roma cui parteciparono, oltre a studenti e docenti, anche numerosi iscritti delle sezioni «di strada» della capitale. Frutto di quella riunione fu una lettera di protesta indirizzata direttamente a Palmiro Togliatti in quanto direttore di Rinascita (la lettera – la cui bozza fu approvata all’unanimità dalla platea nonostante il parere contrario dell’inviato della federazione Giovanni Berlinguer – non fu mai pubblicata). Si leggeva nel testo: «Il modo in cui il dibattito è sembrato orientarsi nelle ultime settimane è per noi motivo di seria preoccupazione, per il fatto che da parte di autorevoli dirigenti del partito è iniziato un tipo di intervento che tende a scoraggiare la larga ed aperta collaborazione di tutti i compagni alla elaborazione della linea stessa. L’episodio più grave in questo senso ci sembra la replica del compagno Togliatti al compagno Onofri sul n. 7 di Rinascita. A nostro parere non sono giusti il tono, il metodo, la violenza verbale, il rigetto sprezzante di tutte le critiche, dichiarate inammissibili, disfattiste, tratte dall’immondizia nemica eccetera, come pure il modo giornalisticamente non corretto di presentare lo scritto di un compagno» (5).
Un’altra assemblea – sotto la presidenza di Pietro Ingrao – si tenne all’università il 16 e il 17 settembre. Alberto Caracciolo – che a luglio era diventato responsabile del neonato Comitato di coordinamento fra il circolo studentesco e quello del personale universitario – intervenne denunciando il «giro di vite» impresso al dibattito dai vertici del partito: «In effetti non esiste alcuna deliberazione di nostre istanze dirigenti in questo senso», disse Caracciolo. «Però mi sono andato a rileggere la stampa, i discorsi, gli altri interventi del periodo luglio-agosto, e ne ho potuto trarre un complesso di documenti che, se anche li esaminassi per esempio in sede di ricerca storica anziché politica, mi basterebbero ampiamente per una conferma. E del resto come nasconderci che proprio noi, che viviamo qui a Roma, a due passi da via delle Botteghe Oscure, abbiamo tutti più o meno avuto delle occasioni per sentire voci autorevoli, seppure confidenziali, che ci spiegavano essere venuto il momento di dire alt a certe esagerazioni, di stringere i freni, e così via? Queste voci lo storico di domani non potrà registrarle, ma noi le abbiamo sentite, fanno parte della nostra esperienza politica reale» (6).
Il 23 ottobre, il giorno della grande manifestazione di Budapest presto trasformatasi in insurrezione popolare, il Comitato direttivo degli studenti composto da Tronti, D’Amelio, Cavari e Asor Rosa si recò all’ambasciata d’Ungheria a portare il seguente messaggio: «A nome di duecento studenti comunisti dell’università di Roma, salutiamo la vostra responsabile azione per il progresso della democrazia, della verità, della libertà nell’Ungheria socialista. Gli studenti progressivi italiani si batteranno sempre per gli stessi obiettivi, nel segno del vero internazionalismo e per una via italiana al socialismo» (7).

Pochi giorni dopo venne convocata un’assemblea generale straordinaria di studenti e personale universitario che approvò un documento di condanna dell’intervento sovietico e di appoggio alle posizioni di Nagy. La prima parte di questo documento – redatto da una commissione composta da Salinari, Colletti, Caracciolo e Melograni – verrà integralmente assorbita nel «Manifesto dei 101». Nel corso della stessa assemblea si approvò inoltre un ordine del giorno nel quale si auspicava che «le posizioni espresse nel documento pubblicato dalla segreteria della Confederazione nazionale del lavoro» venissero «fatte proprie dalla direzione del partito». La Cgil guidata da Di Vittorio aveva infatti diramato un comunicato in cui si leggeva: «La Segreteria confederale ravvisa in questi luttuosi avvenimenti la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica, che determinano il distacco fra dirigenti e masse popolari. Il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico sono possibili soltanto con il consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia di una più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale» (8).
Nel frattempo il direttore di Società Carlo Muscetta aveva maturato l’idea di un documento anch’esso critico nei confronti della direzione del partito in merito alle drammatiche vicende ungheresi (non vi era stato ancora il secondo intervento sovietico).
Nel suo libro L’erranza, Muscetta riporta una lettera di Togliatti datata 27 ottobre con il quale il segretario del Pci tentava di dissuaderlo dall’iniziativa: «Ogni compagno ha il diritto, anzi il dovere, anche nei momenti più gravi, di esprimere, nella sua organizzazione, le sue preoccupazioni, i suoi timori, i suoi dubbi, ma l’iniziativa vostra aveva un carattere ben diverso, cioè tendeva, ove fosse riuscita, ad aprire una situazione critica, cioè ad aggiungere danno al danno che già stiamo subendo» (9).
Anche Giolitti ha raccontato un episodio significativo che precedette l’uscita pubblica del documento: «In quei frangenti Giancarlo Pajetta convocò me e Aldo Natoli alle Botteghe Oscure perché voleva da noi notizie su quella lettera che, si diceva, un gruppo di intellettuali nostri amici stava preparando. Prese l’argomento molto alla larga. Ricordo che cominciò con la domanda, sorniona: “Che succede a Roma?”. Stavamo arrivando lentamente al dunque quando si spalancò la porta e vedemmo apparire Giorgio Amendola che rosso in volto, furioso, si rivolse urlando a Natoli e a me “Traditori! Avete sbagliato partito, dovevate iscrivervi al partito liberale”. Natoli che era sì un innovatore, ma non aveva niente a che spartire con la “lettera dei 101”, gridò contro Amendola: “Non hai nessun diritto di trattarmi così!” e uscì sbattendo la porta» (10). 
Nella notte fra il 28 ed il 29 ottobre 1956 venne redatto il «Manifesto». Lucio Colletti ha così raccontato le fasi di stesura del testo: «Fui io a rivedere la bozza di quello che si chiamerà poi il “Manifesto dei 101”. Lo buttai giù in fretta, sul tavolo da cucina di casa Cafagna [a palazzo Doria, in via del Plebiscito]. Poi la versione finale fu elaborata in casa di Giuliana Bretoni» (11). Lì «c’era Natalino Spegno, Carlo Muscetta, Gaetano Trombatore e un gruppo di architetti, tra cui Aymonino» (12).
Secondo la ricostruzione di Giuliana D’Amelio «un dissenso si manifestò fra chi voleva senz’altro portare il documento a tutta la stampa; chi voleva riservarlo ancora una volta solo all’Unità; e chi voleva porre la condizione, più o meno ultimativa, che se l’organo del Pci avesse tardato a rendere pubblico quel documento, allora ci si sarebbe rivolti ad altri giornali» (13).
La posizione che prevalse fu sintetizzata in un poscritto al documento: «Si fa presente al Cc del Partito, con tutta la responsabilità che questo fatto comporta, che qualora non si avesse notizia al più presto che sull’Unità verrà pubblicato questo documento, i compagni firmatari saranno costretti a rivolgersi agli altri membri del Partito, alle sezioni, alle cellule, perché si verifichi egualmente quella larga pubblicità che è oggi divenuta indispensabile per una completa chiarezza di posizione».
Il mattino dopo le firme vengono per lo più raccolte da Giuliana Bertone, allora segretaria di redazione di Società, nella sede romana della casa editrice Einaudi dove c’era la redazione della rivista.
Nel pomeriggio del 29 il documento fu portato sia alla sede del Comitato centrale del Pci, sia all’Unità. Fu Colletti che, insieme ad Alberto Caracciolo, si recò alla sede dell’Unità in via IV novembre: «Fummo ricevuti da Pajetta con il quale avemmo una conversazione piuttosto animata. “Mancate di realismo”, ci disse, “il mondo è diviso in due blocchi… forse non sapevate che l’Estonia, la Lituania e la Lettonia sono occupate dai russi?”. In quel momento entrò un redattore dell’Unitàcon in mano un foglio dell’Ansa che riportava per intero il nostro documento. Cos’era accaduto?» (14).
Luciano Cafagna ha dichiarato, in un’intervista con l’autore di questo articolo, che lui e Muscetta erano d’accordo fin dall’inizio per dare una larga diffusione al documento. Secondo Cafagna (ed anche secondo lo stesso Colletti) (15) fu dunque Muscetta a portare alle agenzie il testo del documento. Probabilmente, però, l’iniziativa avvenne parallelamente a quella presa da Sergio Bertelli, che ha rivendicato la paternità del gesto: «Dopo aver scritto il “Manifesto” in casa di Giuliana Bertone (io scrivevo a macchina e accanto a me c’erano Carlo Muscetta e Lucio Colletti; abbiamo corretto, riveduto e modificato la lettera fino all’una di notte passata), facemmo il giuramento di non far trapelare la notizia al di fuori del partito, ma, come tutte le congiure… Come io e mio fratello uscimmo dalla riunione, filiamo all’Ansa e consegniamo il testo del “Manifesto”» (16). La possibilità di questa duplice fuga di notizie avvenuta in contemporanea è per altro confermata da Cafagna. 
Sin dalla sera del 29 fu avviata la controffensiva del partito presso la federazione romana di S. Andrea della Valle «dove i firmatari del documento venivano chiamati, accusati, replicavano e si spiegavano. Era un modo di dimostrarsi tolleranti, di dare uno sfogo apparente al malcontento, che serviva ad isolare questi compagni da quelli delle sezioni e dalla base popolare, che nel frattempo veniva ripresa in pugno più saldamente e non di rado indirizzata contro il “tradimento” degli intellettuali» (17). Paolo Spriano – il giorno dopo la pubblicazione del documento e dopo essere stato convocato nella sede dell’Unitàdove Ingrao e Giuliano Pajetta, fratello di Giancarlo, lo rimproverarono per aver aderito alla protesta (18) – scrisse una lettera a Togliatti sia per confermare la «fiducia nella direzione del partito e in lui personalmente», sia «per precisare» il suo «dissenso» (19).
La risposta di Togliatti è contenuta in una lettera datata 31 ottobre in cui il segretario del Pci – dopo aver ringraziato Spriano per la sua lettera e «per il contenuto e per lo spirito di partito che la pervade» – scrive: «Purtroppo, vi sono compagni che non comprendono come queste nostre posizioni, e quindi la linea da noi seguita, siano dettate dalla esperienza sicura della lotta di classe. Questi compagni avevano dunque bisogno, per convincersi, di leggere ciò che si legge oggi nei giornali, cioè che in Ungheria si è cominciato il pogrom anticomunista? Se questi compagni avessero saputo tenere i nervi a posto e non perdere la fiducia nel loro partito, avrebbero fatto meglio» (20).
Il 30 ottobre l’Unità pubblica una lettera firmata da Aymonino, Del Guercio, Bertone, Cafagna, Di Cagno, Malatesta, Martelli, Petri, Puccini, Romano, Socrate, Spriano, Vespignani e Vittoria. Si legge nella lettera: «Poche ore dopo che abbiamo apposto la nostra firma in calce [al “Manifesto dei 101”], vediamo che un’agenzia borghese di informazione è in possesso del testo della dichiarazione. Questo fatto indica che chi ha fornito il documento a questa fonte ha sorpreso la nostra buona fede. L’episodio costituisce un’amara esperienza per coloro, come i sottoscritti, che tengono al loro onore di militanti comunisti e all’unità del Partito, al quale sono legati attraverso la lotta che nelle loro file hanno combattuto per la libertà e la democrazia e che sono fermamente convinti di poter rafforzare e rinnovare nell’ambito della sua democrazia interna». Analoghe lettere vennero pubblicate sempre dall’Unità nei giorni successivi. Scrive ad esempio Gaspare Campagna: «Mi accorgo ora che i sospetti che io ebbi, nel corso della discussione, di una certa acre irrequietezza in taluni giovani compagni non erano infondati e assai mi duole che sia stata carpita la buona fede mia e di altri compagni, quali Natalino Sapegno e Gaetano Trombatore – miei vecchi amici – in compagnia dei quali, io che non sto a Roma e nulla sapevo, mi ero recato alla riunione» (21). Quasi tutti i firmatari condannarono dunque l’utilizzo del documento in un ambito esterno rispetto a quello del dibattito pre-congressuale e dei «nostri organi di stampa» (una lettera con oltre sessanta firme viene pubblicata sull’Unità il 3 novembre sotto il titolo «Isolato il tentativo di spostare il dibattito sul terreno frazionistico»).

Peraltro il «Manifesto dei 101» non fu mai pubblicato sull’Unità. Nel corso della direzione del 30 ottobre Ingrao e Berlinguer presero posizione a favore della pubblicazione, mentre Giancarlo Pajetta e Togliatti furono contrari.
Rispetto alla possibilità che iniziative come quella dei «101» potessero registrare un consenso di massa all’interno del partito, Paolo Spriano ha dichiarato: «La verità – che poi si tenderà a dimenticare, di quell’indimenticabile anno – è che la base di classe del Pci, il suo fondo popolare reagirà […] in modo quasi diametralmente opposto a quello degli intellettuali della sinistra, nel loro complesso; in modo opposto a come questi ultimi ritengono debbano reagire gli operai comunisti. Si avrà un arroccamento intorno a Togliatti e al gruppo dirigente. Il clamore che i giornali borghesi fanno aiuterà a stringere le fila. Troppo repentinamente gli avversari erano diventati amici degli operai, esaltatori dei “consigli” nelle democrazie popolari, dopo averli avversati in patria» (22). 
Eppure iniziative analoghe a quella di Roma ci furono in altre città come Torino, Pisa, Mantova, Perugia, sebbene mancò qualsiasi forma di coordinamento. 
Il 26 ottobre, a Torino, la cellula aziendale dei dipendenti della casa editrice Einaudi approvò un ordine del giorno i cui si leggeva: «I compagni della cellula “Giame Pintor”, di fronte alle drammatiche notizie della Polonia e dell’Ungheria esprimono la convinzione che moti popolari di tale ampiezza non possano essere d’ispirazione di forze estranee alle classi lavoratrici, ma nascono da un profondo disagio del popolo per lo snaturamento degli ideali e dei fini della rivoluzione e per la colpevole lentezza con cui i partiti comunisti di quei Paesi, pur essendo ormai chiari gli errori commessi, hanno proceduto sulla via di un sincero e profondo rinnovamento del Partito e del Paese. Respingono pertanto l’interpretazione calunniosa che fu data ieri ai fatti di Poznan´ e quella ambigua e deformante che si continua a dare oggi sull’Unità ai tragici fatti di Budapest» (23).

A Pisa venne approvato un documento contenente la seguente mozione: «I compagni studenti e universitari, i compagni intellettuali e della Fgci riuniti i giorni 26 e 27 ottobre ritengono necessario porre l’attenzione del Partito e del movimento operaio internazionale anche sul fatto che non è dissociabile la responsabilità del gruppo dirigente del Partito comunista ungherese da quelle dell’attuale gruppo dirigente del Pcus. La lentezza, le esitazioni che esso ha manifestato dopo il XX Congresso ed in particolare dopo i fatti di Poznan´, la tendenza che esso ha dimostrato a non escludere la possibilità di un intervento armato delle truppe dell’Urss, sono sintomi di un atteggiamento politico poco coraggioso, che fa correre ai dirigenti sovietici il pericolo di rimanere superati dagli avvenimenti. Del resto una prova di queste esitazioni e di questa paura ad affrontare con decisione tutte le conseguenze di democratizzazione è data dalla volontà di condurre ancora la discussione politica all’interno del paese e sul piano internazionale entro gruppi ristretti e non in forme accessibili chiaramente all’opinione pubblica. Per questo si ritiene necessario invitare con forza la direzione del Pci ad assumere un atteggiamento più chiaramente autonomo e critico nei confronti della politica condotta dal gruppo dirigente del Pcus in questi ultimi mesi» (24).
A Perugia fu invece preparato un manifesto murale, recante in calce la firma «gli studenti comunisti», che così si apriva: «Colleghi, compagni e cittadini! I tragici avvenimenti che hanno insanguinato la nobile repubblica ungherese feriscono in primo luogo noi, studenti militanti nel Pci, nel profondo dei nostri sentimenti. Noi siamo convinti che in Ungheria sia accaduto qualche cosa di identico ai fatti di Poznan´: non un movimento controrivoluzionario, cioè, ma una rivolta contro la tirannide e la burocrazia. Gli errori e i crimini di una parte della classe dirigente hanno provocato una tale lacerazione in seno al popolo ungherese, da costringerlo ad affrontare ancora una volta la lotta per realizzare due rivendicazioni tradizionali della classe operaia, degli studenti e dei lavoratori tutti: la democrazia nel socialismo e l’indipendenza nazionale» (25). 
Sandro Curzi ha così ricostruito, intervistato da Adriano Ardovino, il dissenso maturato in quei giorni in seno alla Fgci: «Noi giovani comunisti italiani, che proprio in quell’anno lavoravamo alla preparazione di un nostro giornale, uscimmo, per l’incalzare degli eventi, con il primo numero di Nuova generazione, anticipando la data stabilita, interamente dedicato ai fatti d’Ungheria, di Polonia e dell’Egitto». «Quel numero uno allora suscitò scandalo e molte federazioni si rifiutarono di diffonderlo». Eppure la posizione assunta dalla rivista era più sfumata rispetto a quella dei 101: «Nuova generazione non definiva la situazione ungherese né una rivoluzione (tesi dei 101) né una controrivoluzione (tesi della direzione del Pci) ma una tragedia. Nell’editoriale scritto dal giovanissimo Achille Occhetto si leggeva: “All’insurrezione di Budapest partecipa una grande parte del proletariato. È un fatto”». «Sempre quel primo numero», ricorda Curzi, «pubblicava una serie di documenti votati da federazioni e circoli della gioventù comunista italiana, che apertamente dissentivano dalla posizione ufficiale del Pci di giustificazione dell’intervento sovietico».

«Voglio però ricordare», aggiunge Curzi, «e non certo per coprire la responsabilità di Togliatti, ma per rispetto della storia, che le critiche di revisionismo sollevate contro la posizione autonoma assunta dal nostro giornale furono respinte personalmente proprio da Togliatti. Infatti alla richiesta avanzata da alcuni compagni della segreteria del partito (Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta) di provvedimenti disciplinari nei nostri confronti, Togliatti non dette risposta. Nuova generazione proseguì nel suo lavoro».
Estremamente critica era la situazione anche alla sede dell’edizione milanese dell’Unità. L’allora direttore Davide Lajolo ha così raccontato la sera del primo intervento sovietico: «Arrivarono decine di telegrammi dalle federazioni lombarde in rivolta. Vennero in redazione Rossana Rossanda, Giangiacomo Feltrinelli e vari altri. Portavano un comunicato contro l’Unione Sovietica e volevano imporne la pubblicazione. Feltrinelli alzò anche un po’ la voce. Li mandai via, e nello stesso modo mi comportai anche con Achille Occhetto che, con un gruppo di giovani, mi portò un altro comunicato contro l’Urss» (26).
Achille Occhetto era stato appena eletto segretario del circolo universitario milanese: «L’indimenticabile e tragico ’56», racconta Occhetto (intervista rilasciata ad Adriano Ardovino), «fu caratterizzato da una formidabile tensione contraddittoria fra diversi sentimenti. Per la prima volta si espresse con una certa irruenza il pensiero critico di una generazione, un pensiero critico non più rivolto solo verso gli avversari, ma anche nei confronti della propria parte politica. 
Del resto ricordo benissimo l’alternarsi delle notizie, il sacrificio dei rivoltosi, la brutalità di quello che veniva chiamato il “terrore bianco”: tutto ciò contribuiva a creare questa tensione contraddittoria di sentimenti contrapposti. Con questo stato d’animo stilammo il documento che portai a Lajolo, ma che non fu mai pubblicato. In quei giorni noi stavamo a difendere la sede della federazione milanese del partito. C’era una canea fascista: ci tiravano le pietre e noi gliele rilanciavamo indietro dalla grande scalinata che c’era davanti alla sede della federazione. Mi ricordo che combattevo questa battaglia con le lacrime agli occhi e il groppo in gola; fianco a fianco degli stalinisti; insultando gli stalinisti, ma nello steso tempo combattendo con loro. Li insultavo perchè in fondo sentivo già allora che c’era qualche cosa che stava sporcando l’ideale socialista e che quindi c’era una responsabilità storica antisocialista nello stalinismo. Era la prima volta che sentivo che non bisognava accettare il ricatto unitario. In quel momento non c’è dubbio che il gruppo dirigente del Pci invocò la parola “unità” per nascondere la verità. Per questo motivo sentivamo certamente il dovere di non indietreggiare dinnanzi alla destra, ma cominciammo a rifiutarci di utilizzare l’alibi del “terrore bianco” per giustificare coloro che avevano infangato gli ideali della sinistra. E così nacque l’articolo per Nuova generazione».

Sempre a Milano, presso la Casa della cultura, si svolse nei giorni successivi al secondo intervento sovietico un dibattito fra intellettuali organizzato da Mario Alicata. Così Rossana Rossanda ha ricordato quella serata: «Potevano essere le undici e mezza di sera. Tornavo da una riunione di sezione. Per raggiungere la sala bisognava scendere alcuni gradini: erano ingombri di gente che ascoltava. Fui colpita, nell’entrare, da una frase di Alicata: “… perché in questo momento l’esercito sovietico sta difendendo l’indipendenza dell’Ungheria”. Erano parole da far digrignare i denti, specie a chi come noi attraversava giornate angosciose, tra compagni sdegnati che invadevano la federazione e la stessa Casa della cultura, persone di ogni tipo che venivano ad insultarci, intellettuali che ci facevano la morale» (27). 
Nella direzione del Pci del 30 ottobre si fa riferimento anche alle contestazioni provenienti da Modena, Piacenza, Pavia, Brescia, Padova, Venezia. La Camera del lavoro di Livorno proclamò uno sciopero di 15 minuti di solidarietà agli insorti ungheresi. Sebbene Secchia – sempre nella medesima riunione della direzione – dichiarò che «i compagni delle fabbriche non scrivono ordini del giorno ma vengono a difendere le sedi del partito, mentre gli studenti comunisti arrivano dopo a presentarci mozioni e proteste», molto frequenti furono le espressioni tipo quella di Pellegrini, secondo il quale «alla base vi è amarezza e sconforto» o di Colombi, che evidenziò un «turbamento grave nel partito». 
Giorgio Amendola ha raccontato di un comizio che tenne la sera del 4 novembre a Torino, nel sotterraneo di piazza San Carlo «gremitissimo di operai». Amendola, alla vigilia del secondo intervento sovietico, disse di augurarsi che l’Urss avrebbe impedito il trionfo della «controrivoluzione» fornendo appoggio «anche militare» ai compagni ungheresi: «Ci fu un enorme, interminabile applauso. Ci furono anche molti dissensi. Mi ricordo che quando uscii, tra i compagni che mi applaudivano, incontrai il compagno e mio amico Italo Calvino, che mi espresse invece il suo dissenso gridando: “Viva Gomul´ka, Viva Gomul´ka!”». Amendola e Calvino si ritrovarono, poche ore dopo quel comizio, a casa di Luciano Barca, direttore dell’Unità torinese, dove cominciarono ad arrivare le notizie del secondo intervento sovietico. «Fra una telefonata e l’altra», ha raccontato Calvino, «continuavamo a discutere. Per anticiparmi quale sarebbe stato l’impegno del Pci nell’immediato futuro e i modi in cui a suo giudizio doveva affrontarli, Amendola faceva ricorso a considerazioni di metodo. “Guarda la Chiesa cattolica”, diceva. “Se ha resistito così a lungo è perché ha saputo graduare la propria evoluzione. Ha accolto i cambiamenti, ma poco per volta”. Il riferimento ai tempi millenari della Chiesa, in quel momento, accrebbe il mio scoraggiamento. Sentii cadermi le braccia» (28).

A Roma, nel corso del dibattito precongressuale, le posizioni maturate in ambiente universitario si trovavano in maggioranza in varie sezioni di quartiere (Mazzini, Esquilino, Campo Marzio, Monteverde Nuovo) ed erano fatte proprie da gruppi consistenti in altre (Macao, Italia, Salario, Ludovisi, Centocelle, Flaminio, Portonaccio, Appio Nuovo) (29).
Significativa è la testimonianza (intervista rilasciata all’autore di questo articolo) di uno dei firmatari del «Manifesto dei 101», Umberto Coldagelli, che allora era ancora studente universitario a Roma e si sarebbe laureato di lì a poco insieme ai suoi intimi amici Gaspare De Caro, Mario Tronti e Alberto Asor Rosa: «Io ero iscritto alla sezione San Saba (se non ricordo male fin dal 1953-54). Il campionario sociologico della mia sezione andava dai ferrovieri al Lumpenproletariat delle piccole borgate. Durante la discussione in vista dell’VIII Congresso io portavo, oltre alle mie riflessioni personali, anche – indirettamente – le istanze elaborate all’interno della sezione universitaria. E devo dire che ho trovato nel nucleo dirigente giovane un’adesione convinta, anche se molto sofferta. Ricordo che il confronto fu molto vivace: ero riuscito a portare in sezione Pietro Ingrao – che poi diventerà mio amico – e a farlo dibattere con Lucio Libertini. Quando si arrivò al congresso di sezione fu approvata una mozione che esprimeva tutta la nostra angoscia per quello che stava accadendo e tutte le nostre critiche su come la direzione del partito aveva gestito questo passaggio catastrofico. Sulla base di questa mozione io sono stato eletto segretario della sezione. E sono stato designato come delegato al congresso provinciale. Ma il compagno della federazione che era venuto al nostro congresso – francamente non ne ricordo il nome – aveva debitamente espresso la sua contrarietà alla mozione e successivamente la federazione ha praticamente considerato come “non avvenuta” l’elezione del nuovo comitato direttivo e quindi anche del segretario. Io ho reagito senza clamore, semplicemente non rinnovando la tessera dell’anno successivo. 
Per quanto riguarda ciò che posso valutare alla luce della mia esperienza, il partito avrebbe potuto assumere una posizione meno rigida e trovare attorno ad essa un consenso maggioritario. La discriminante rispetto ai fermenti che andavano crescendo, almeno nella mia realtà, era di natura anagrafica piuttosto che di natura sociale, “di classe”. Erano i vecchi compagni della sezione ad essere contrari alla mozione, ma i giovani della sezione erano artigiani, operai, molti dei quali impegnati nell’industria edilizia. Forse un’altra politica era possibile».
(9 febbraio 2010)

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