mercoledì 20 giugno 2012

BANKITALIA 2012. L'agricoltura sarda




L'economia della Sardegna nel rapporto Bankitalia sul 2011 presenta crescenti difficoltà nel superare il prolungato periodo di crisi.Per quanto riguarda il comparto agricolo La Sardegna secondo i dati del Censimento Istat del 2010 dell’agricoltura, che aggiorna i dati raccolti nel 2000, il quadro di sintesi è il seguente: alla rilevazione hanno risposto oltre 60 mila imprese localizzate sul territorio regionale. In base ai dati raccolti, negli ultimi dieci anni il numero delle imprese agricole in Sardegna è nettamente diminuito (-43,5 per cento; -32,2 per l’intero paese). contrazione ha riguardato soprattutto le imprese individuali, che continuano tuttavia a rappresentare la quasi totalità degli operatori (oltre il 95 per cento). La superficie agricola utilizzata è aumentata del 12,9 per cento, in controtendenza con il dato nazionale (-2,3 per cento): l’incremento ha riguardato i terreni destinati a pascolo, mentre la superficie coltivata si è ridotta del 7,2 per cento. Sulla dinamica ha in parte inciso l’applicazione nel decennio trascorso del cosiddetto disaccoppiamento (decoupling) tra gli incentivi della Politica Agricola Comune (PAC) e le quantità prodotte dalle coltivazioni.Nel periodo considerato si è osservata una netta concentrazione dell’attività zootecnica,con la fuoriuscita delle imprese marginali e il rafforzamento degli allevamenti più grandi. Nel comparto ovicaprino, il più rilevante in regione, sono fortementediminuite le aziende con meno di 100 capi e la dimensione media degli allevamenti è aumentata del 25,3 per cento. Le recenti difficoltà del comparto (cfr. la pubblicazione Economie regionali, L’economia della Sardegna, anno 2011) non si sono riflesse nella riduzione del patrimonio zootecnico, cresciuto nel decennio da 3,0 a 3,2 milioni di capi.Le aziende rilevate dal Censimento, mediamente piccole e a conduzione familiare,scontano un limitato ricambio generazionale per le figure imprenditoriali. La quasi totalità si avvale del lavoro diretto del conduttore e della sua famiglia; in poco meno di un decimo dei casi si registra l’utilizzo di manodopera esterna (13,3 per cento a media italiana). Le imprese nelle quali la direzione aziendale è affidata a una persona che non fa parte della famiglia proprietaria sono pari a meno dell’1 per cento.I giovani impegnati come capo azienda rimangono una piccola parte rispetto al totale: quelli sotto i trent’anni sono appena il 2,9 per cento, in leggera crescita rispetto al precedente censimento; oltre un terzo dei conduttori ha più di 65 anni e quasi il 15per cento risulta aver superato i 75 anni di età (12,6 per cento il dato di dieci anni prima). La quota delle imprese femminili è aumentata dal 25,0 al 31,4 per cento. Il livello medio di istruzione del capo azienda è leggermente cresciuto: i laureati, che nel 2000 erano il 2,5 per cento, hanno raggiunto il 4,7 nell’ultima rilevazione, un valore inferiore a quello medio nazionale (6,4 per cento); rimane preminente la quota di coloro con un titolo di studio inferiore al diploma o senza un attestato di istruzioneformale (quasi l’80 per cento).

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